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La pista virtuale

di Pier Attilio Trivulzio

Che senso ha parlare di demolire il "catino d'alta velocita" e al tempo stesso di pensare a costruire un museo che ricordi la storia scomparsa dell'autodromo? Sarebbe come dividersi dalla moglie e passare le serate a rimpiangerla.

A chi si domanda perché sia stata così tormentata la storia di questa pista da brivido risponde il monzese Ambrogio Daelli, che su incarico dell'allora direttore dell'autodromo, Giuseppe Bacciagaluppi, nel 1955 ebbe l'incarico di seguire la costruzione della pista. "Ci fu un errore di progettazione all'origine - spiega Daelli -. La preparazione dei lastroni di cemento che componevano il fondo della pista avveniva in tempi diversi, cosicché quando veniva fatta la gettata si verificavano dei ritiri di materiale che col tempo hanno determinato una differenza di planarità tra le lastre. Col risultato di un'ondulazione della superficie che col tempo ne ha reso precario l'utilizzo per gare di velocità e tentativi di record".

"Può esserne fatto un recupero destinandolo ad attività museale o per ospitare disegni o sculture - aggiunge il geometra monzese -. Si potrebbe creare uno spazio per l'arte, sfilate, mostre all'aperto. O ancora dare libero sfogo agli artisti facendoli disegnare direttamente sulle lastre di cemento armato".

Ancor più entusiasta di Daelli è l'architetto Felice Terrabuio che assieme a Luigi Pintus la vorrebbe riutilizzata con un progetto di Land Art.

"L'unicità del "catino d'alta velocità " sta nella sua prestigiosa architettura che non è un patrimonio solo dei monzesi, dei lombardi e degli italiani, ma di tutti - esordisce Terrabuio -; non dovrebbe essere abbattuto ma anzi salvato, a tutti i costi. Ha un grande fascino che dovrebbe rinascere non più come pista per le veritiginose velocità ma come pista virtuale".

"Abbiamo cominciato ad immaginare un riutilizzo virtuale della pista dopo aver visto l'opera presentata all'Expo di Vancouver dall'architetto americano James Wines - aggiunge -. Wines aveva realizzato una strada ondulata tutta bianca sulla quale viaggiavano virtualmente auto, camion, ciclomotori, navi, elicotteri, biciclette, shate-board, scarpe da tennis. Un'opera dedicata al movimento, da percorrere a piedi, da toccare, dove i vari mezzi sono fermati per sempre".

Terrabuio e Pintus hanno invitato all'autodromo James Wines che è rimasto affascinato dall'unicità dal "catino". "Un'architettura storica e moderna dedicata alle velocità", l'ha definita l'architetto di New York.

Da questa visita è sfociato un progetto che immagina un recupero storico della curva Nord con lavori di manutenzione e conservazione; mentre la curva Sud (confinante col parcheggio di Vedano) potrebbe "fermare" per sempre gli oggetti dipinti d'un unico colore, il grigio, per uniformarli alla pista. E sistemati partendo dal basso verso l'alto rispetto alla loro originale velocità.

Immaginate di percorre a piedi la sopraelevata cosi concepita mentre un gioco di rumori ripropone il tifo della folla, il rumore delle Ferrari, MV Agusta, Gilera, Maserati...


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